Subito un piano per il lavoro

I giovani sardi protagonisti della rinascita. di Michele Pisano

creata il 2017-10-16 LAVORO

Alla Sardegna serve un piano per il lavoro. Non è mai troppo tardi, per chi ha un’idea del futuro della propria terra, voler mettere le basi per rendere concreto un progetto. Per far questo, chi oggi lavora per governare la regione, deve programmare lo sviluppo economico del futuro. Come se non se ne fosse mai parlato, vien da pensare. Vero. Ma se n’è discusso poco dalla nostra parte politica, in quella area alternativa all’attuale maggioranza.
 
Bisogna quindi predisporre da ora una rivoluzione economica per la Sardegna, dopo anni in cui si è scivolati verso una crisi sociale che ha piegato la nostra comunità. Il programma non può passare attraverso sterili e noiose sedute accademiche, ma si snodi lungo il tessuto vivo del territorio, si renda caratteristico e specifico, in tutte le diverse venature e peculiarità della nostra regione. La questione spaziale, per la politica, è fondamentale, così come lo è quella umana: dobbiamo saper leggere gli indicatori economici e sociali del territorio, per poter offrire ai sardi una risposta adeguata e al passo con i tempi. Questo significa mettere in evidenza anche l’aspetto generazionale, perché i giovani sardi dovrebbero essere motore dello sviluppo, ma troppo spesso sono ostacolati dal difficile accesso al lavoro, non potendo permetter loro di essere propositivi per la crescita e protagonisti sul territorio.
 
Siamo consapevoli che la Sardegna abbia un’intima diversità in ogni suo angolo e di questo sia gelosa. Non si può, pertanto, presentarsi alla prossima tornata elettorale con una manciata di paginette alla voce “sviluppo economico”. Ci dovrà essere un’elaborazione che nasca dal basso e che si articoli grazie al prezioso contributo della politica e dei suoi rappresentanti, spesso bistrattati, ma che in realtà hanno il polso della situazione, molto più rispetto a tecnici e accademici. L’esperimento del governo dei professori lo abbiamo avuto ed è naufragato, perché la formazione non può non andare di pari passo con il pragmatismo di chi ha il compito di curare gli interessi della propria comunità.
 
Un piano per la Sardegna non può essere in itinere, nel corso della legislatura. E non possono nemmeno essere frasi banali e scontate inserite all’interno di un programma di governo. Deve essere, in realtà, una sintesi e una conclusione propositiva che metta in luce le buone politiche avviate nella scorsa legislatura e colmi il vuoto di questi tre anni e mezzo di maggioranza di centrosinistra. Una sfida difficile, in cui i governanti dovranno regolare con attenzione i vari processi di cambiamento senza più subirli, come troppo spesso avvenuto.
 
Chiediamoci allora che industria vogliamo, una domanda a cui nel tempo non siamo ancora riusciti a dare una risposta definitiva. Non credo che potremo ribattere la solita solfa “la nostra industria è il turismo”; non è così, non si può vivere di sola offerta turistica, non abbiamo i servizi adatti e manca la competenza professionale. Ciò non toglie che sia un settore trainante, per cui, obiettivamente, non si fa abbastanza. La Sardegna oggi vive la sua decadenza industriale, e all’orizzonte non se ne percepisce una rivoluzione. Pertanto, prima di tutto, cosa vogliamo programmare per il medio-lungo periodo? Un’industria specifica, su cui puntare tutto e che possa diventare un’eccellenza? Potrebbe essere. Ma anche qui bisogna capire se si intenda puntare a un settore industriale da laboratorio e ricerca o operaio. Un’industria che sia molto attiva sul campo dell’innovazione o che provi a investire, ancora una volta, su settori per cui tanti, troppi soldi pubblici sono stati versati? Probabilmente un’attenzione specifica al campo della ricerca potrebbe essere l’investimento migliore.
 
E l’agricoltura. Spesso argomento per soli addetti ai lavori, la gestione delle sue politiche viene lasciata ai rappresentanti delle relative categorie, dimenticando chi delle categorie non fa parte e a malapena ne conosce l’esistenza. Questo rischia di marginalizzare un settore che invece potrebbe decollare, attraverso un piano capillare di recupero delle aree con defiscalizzazioni radicali per chi intende farne una professione o una seconda attività. Ma per incentivare l’occupazione agricola sarebbe opportuna apposita formazione e istruzione, e questa è assente. Come si può pretendere, pertanto, che il settore si sviluppi anche attraverso persone che non hanno una tradizione familiare su questo campo? Scommettendo sulle nuove generazioni e sul rilancio del settore si potrebbe, grazie a un piano specifico, avere risultati vincenti.
 
Ciò che non può più accadere è che la politica non sia in grado di tener testa al cambiamento in atto e non abbia gli strumenti di sistema per superare la sofferenza economica e la crisi sociale. Come nel caso dell’allevamento e delle grandi battaglie sul latte. Raramente i governi regionali sono stati in grado di fornire una risposta nel merito, ma hanno agito all’ultimo momento, con interventi spot che potrebbero rivelarsi a breve poco lungimiranti.
 
Il tema dell’economia della Sardegna quindi è ampio e non ci si può far cogliere impreparati. Abbraccia anche l’istruzione superiore, universitaria, la ricerca, la formazione professionale, ma non solo, anche il commercio, compreso quello online che ha naturali ripercussioni su quello cosiddetto classico, il settore alberghiero e delle attività produttive in genere. Meglio prevenire, ragionare oggi, piuttosto che subire i cambiamenti del futuro. Dobbiamo progettare la crescita, con principi chiari che possano plasmare un nuovo modello di sviluppo per la Sardegna, finalmente prospera.

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