2017, fuga dalle UniversitÓ sarde

Ecco le ragioni di una emorragia inarrestabile. di Riccardo Zanza

creata il 2017-10-10 SARDEGNA

Da qualche giorno è possibile leggere di un’emorragia di studenti sardi – il 25% secondo La Nuova Sardegna - che scelgono di iniziare o completare la propria formazione accademica fuori dalla nostra isola, a fronte di una risibile percentuale di neodiplomati “continentali” che attraversano il Tirreno per immatricolarsi nelle Università sarde.
 
Ora, sorprendersi di ciò è da ingenui: chiunque capisce che il 90% dei non-sardi sono immatricolati in Sardegna per il semplice fatto che i test di accesso ai Corsi di Laurea a numero chiuso su scala nazionale possono collocare gli aventi diritto anche negli Atenei più sperduti d’Italia, Sassari e Cagliari compresi.
Mi preme sia sottolineare che tale rilevazione vada presa molto con le pinze, visto che è stata fatta quasi 3 settimane prima della scadenza delle immatricolazioni nell’Ateneo turritano (di Cagliari non so, bisogna verificare), sia evidenziare il fatto che non si stia dando una bella immagine del nostro sistema accademico e neanche sostenendo gli sforzi di docenti, personale e studenti stanno facendo per rendere più moderna, accessibile, attrattiva l’Università Sarda. Fatte le dovute premesse, chi pensa che un neo diplomato scelga di studiare oltre mare perché le nostre università sono scarse, oltre a dire una banalità smentita dai fatti – oltre che dai numeri – non comprende la realtà dei giovani ed il loro modo di pensare: ve lo garantisce un giovane, ex studente, ex rappresentante, parente e amico di tanti che non hanno scelto di immatricolarsi in Sardegna.
 
I giovani di oggi – e soprattutto le famiglie – scelgono altre realtà, consci di pagare tasse d’iscrizione più alte e affitti stratosferici, trasferendo una spesa ed una ricchezza compresa tra i 75-95 milioni di fatturato (fonte: rilevazione SSeo – La Nuova Sardegna), non solo per la esterofilia tipica di chi pensa che l’erba del vicino sia sempre più verde o per la voglia irrefrenabile di vivere in una città più grande, più a misura di studente (ho studiato a Sassari e vi posso garantire che lo in piccolissima parte) o semplicemente diversa da Cagliari o Sassari, che, confesso, ha accarezzato anche lo scrivente.
Le famiglie, più che i neodiplomati, sanno che la vera scommessa non è l’Università, ma ciò che sta attorno e, soprattutto, ciò che vi è dopo la festa di laurea. Vale a dire che si scommette più sulla capacità del tessuto economico di assorbire le professionalità generate che sulla qualità dell’offerta formativa, più sulla prospettiva di avere un posto di lavoro nel più breve tempo possibile, indipendentemente dalla vicinanza dal luogo di origine, che sul corso di studi.
Anche se spesso e volentieri appare più facile scagliare gli strali sul sistema universitario sia in generale visti i molteplici casi di nepotismo, corruzione e quant’altro, vi posso certificare che in tema di internazionalizzazione, rapporti con le imprese, miglioramento e aggiornamento dell’offerta formativa le Università sarde stanno facendo tanti sforzi - aldilà del “benaltrismo” di maniera e dei tanti difetti da eliminare – : nonostante i continui colpi di scure ai loro bilanci e ai vergognosi parametri mercantilistici secondo i quali vengono ripartiti i “finanziamenti- briciola” che lo Stato Italiano distribuisce, i nostri atenei garantiscono corsi di studi (non sempre benissimo, va detto) in tante sedi della Sardegna (Olbia, Alghero, Nuoro, Oristano), un’offerta formativa varia e completa (a serio rischio con l’attuale sistema di turn-over tra i docenti), post doc ed embrionali forme di premiazione del merito.
L’azione di tamponamento di questa emorragia, pertanto, deve partire anzitutto da un’azione incisiva della politica locale – migliorando la realtà cittadina che circonda gli studenti -, regionale investendo con coraggio, sempre più, nel Diritto allo Studio nelle sue molteplici declinazioni, nel merito (vedi “Assegni di Merito” depotenziati dalla giunta Cappellacci prima e spariti con quella Pigliaru dopo), nelle borse di studio post-doc (dottorati, specializzazioni mediche e non, assegni di ricerca) – e nazionale – eliminando gli osceni parametri di assegnazione dei finanziamento e investendo risorse almeno in linea con la media europea. D’altro canto, il sistema delle imprese non può voltarsi dall’altra parte: le Università tendono lo sguardo al territorio (la cosiddetta terza missione), ma pochissime realtà economiche dialogano con le stesse; pochissime imprese – a ciò che mi è noto - finanziano borse di studio per Dottorati di Ricerca, (quasi) nessuno accoglie per stage/tirocini (badate bene, parlo di forme serie, non gratuite o scarsamente retribuite) per formare ingegneri, agronomi, tecnici di laboratorio, addetti marketing e/o contabilità etc.
 
Il futuro di noi giovani e della futura classe dirigente passa dalla formazione accademica, da giovani più istruiti, più colti, più capaci di dialogare, più professionali: dobbiamo capire che l’Università non rappresenta (e verosimilmente non rappresenterà più) un ascensore sociale la garanzia di un lavoro sicuro dal giorno dopo, ma è d’obbligo crederci sia come cittadini che come imprese, compiendo ognuno il nostro ruolo e scommettendo, davvero, sui nostri giovani.

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